Pino Ferraris e il lavoro scomparso

02 febbraio 2012

Pino Ferraris era un lucido studioso del movimento operaio, amico di Vittorio Foa e di molti altri dirigenti sindacali. Lo ricordo qui con la bella testimonianza recapitatami da Eugenia Valtulina, operatrice presso la Biblioteca “Di Vittorio” della Cgil Bergamo. Ferraris parlava del lavoro scomparso e da ritrovare con parole più che mai attuali in queste ore. Ecco il testo di Eugenia:

“E’ morto improvvisamente nella notte Pino Ferraris, sociologo, studioso del movimento operaio e dei lavoratori tra i più acuti ed intelligenti. Vicino a Vittorio Foa, vale la pena di leggere le tante cose intelligenti che ci ha lasciato, magari partendo dalla sua Introduzione alla nuova edizione della “Gerusalemme rimandata”, il fondamentale testo dello stesso Foa.

Quando nel 1999 organizzammo la mostra “Lavoro/lavori” con le fotografie di Uliano Lucas al Teatro Sociale di Bergamo (il catalogo è disponibile in biblioteca), decidemmo di usare come didascalie le risposte alla domanda “che cosa rappresenta per te il lavoro”, rivolta ad un numero importante di persone, tra studiosi, politici, sindacalisti e lavoratori. Fu un azzardo che ci portò ad un risultato inaspettato per numero e per qualità.

Nel caso di Pino Ferraris feci una forzatura, prendendo il testo della sua lettera – in cui sostanzialmente dichiarava l’impossibilità di rispondere al quesito, per la vastità dell’argomento e senza aver visto le immagini della mostra – e trasformandola in una didascalia. Quando lo incontrai di persona temevo la sua reazione e invece lui scoppiò in una grande risata, dicendomi che era stato contento della mia operazione. Qui sotto riporto le sue parole, sulla cui attualità non serve aggiungere nulla:

La proposta di riflettere sul lavoro è affascinante ma difficile, complicata ed anche un poco vaga ed indeterminata. Uliano Lucas è mio amico da una vita e quindi l’invito mi giunge con una maggior forza di coinvolgimento.

Io sono convinto che il lavoro che si trasforma, si complica, si divarica dentro la crisi del fordismo non ha rappresentanza e non ha rappresentazione. Un gruppo di prestigiosi sociologi francesi ha ammesso che il lavoro “è un oggetto della ricerca che si nasconde e che si sgretola”. Si potrebbe dire che il lavoro oggi si proietta sulla scena sociale come “ombra”: come disoccupazione, cioè come inquietudine per il lavoro che “non c’è”; come lavoro post-fordista, cioè come l’enigma di un lavoro che “non è più” quello del passato. Non c’è ricerca empirica sulla dimensione di esperienza esistenziale concreta, vissuta del lavoro. D’altro canto la soggettività di chi lavora, senza il conflitto, rimane latente o soccombente.

Negli ultimi venti anni siamo passati dalla centralità operaia all’assenza operaia. La società del lavoro è così sconvolta e travolta dalla radicalità dei mutamenti tecnologici, sociali e culturali da essere irriconoscibile perché in via di estinzione? Oppure sono le categorie degli analisti e il clima culturale che appannano lo sguardo e distraggono l’attenzione rispetto al lavoro? Non credo a quei futurologi che ci dicono della fine del lavoro o dell’imminente abolizione del lavoro. Una costruzione di immensa portata storica è finita: la vicenda più che centenaria del socialismo politico come progetto di trasformazione sociale radicata nella condizione del lavoro subordinato, appare, almeno nel presente, conclusa.

Con il crollo del comunismo ed il mutamento genetico delle socialdemocrazie i legami “storici” tra lavoro salariato e politica si sono interrotti. Ed il lavoro è scomparso come “soggetto” dallo spazio pubblico: è caduto nella condizione di oggetto opaco abbandonato alle tecniche manageriali o alle tecniche dell’amministrazione organizzativa o statale. Il contratto dei metalmeccanici, quando penetra le seste o settime pagine dei giornali, è illustrato con i busti dei sindacalisti o con fotografie di operai scattate venti anni fa: Uliano Lucas è riuscito ad estrarre dall’ombra i volti imprevisti e nuovi dei giovani che si arrangiano lavorando nelle mille e mille pieghe della complessità sociale? Me lo auguro vivamente, ma senza aver visto, come è possibile parlare o scrivere altro?”

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